lunedì, 31 luglio 2006
DANZA PER ME.
postato da: poetavago alle ore 12:29 | Permalink | commenti (5)
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venerdì, 28 luglio 2006

Per chi leggerà:

quello che segue è un racconto che ho scritto anni fa, tornato fuori dalle polveri del mio archivio quasi per caso. Ho pensato di metterlo qui per condividerlo con tutti voi. E' diverso da ciò che scrivo di solito - è un po' "cattivo", cinico forse - ma è una storia frutto dell'immaginazione - per fortuna - anche se nella realtà esistono molte più cose (peggiori) di quante ce ne siano nella fantasia.

Spero vi piaccia.

ACQUA
 
 
Avrebbe voluto che il suo istinto per l’acqua lo conducesse di nuovo sulla rotta per il Dodecaneso, tra insenature scoscese di rocce grigie, fra onde intense di blu cobalto sotto il sole, invece di rimanere per ore a mollo in una vecchia vasca da bagno con tutti i segni del tempo e dell’acqua che vi fluivano sopra; dello sporco che avevano lavato via negli anni, il tempo e l’acqua. A lui forse non sarebbero bastati mai né l’uno né l’altra.
Immerse la testa sotto la schiuma, sentendola ciangottare nelle orecchie prima di morire nel silenzio ovattato dell’apnea. Magari avesse potuto ottundere così il proprio cervello, ibernare il proprio corpo con tutti i suoi impulsi e malumori. Emerse quando la fase diaframmatica dell’apnea era già trascorsa e la sua mente anelava una boccata d’ossigeno per non collassare in un istante senza rendersene conto. Respirò con forza, a forza per reintegrare la riserva d’aria bruciata per dedicarsi un secondo in più di oblio.
Dopo il bagno si sentiva sempre meglio, rigenerato. Specie se poteva godersi l’abbraccio caldo dell’acqua tra le pareti della sua casa, odorare i profumi delle essenze scelte con cura, concedersi un’ora sprofondato nella sua poltrona morbida e consunta agli angoli dove era solito poggiare le mani. Le camere d’albergo, i rifugi di fortuna non offrivano mai le medesime sensazioni: tutto era così precario, perturbato in qualche modo dalla fretta, dall’ansia di dover correre via da un momento all’altro, in qualunque momento.
Ogni volta che accettava una nuova commissione, sapeva con esattezza come si sarebbe sentito dopo: soddisfatto del lavoro svolto, come il committente del risultato. Era un artista, un genio nel suo campo. Ma a compito finito restava sempre un po’ deluso dalla precisione e dalla velocità con le quali l’aveva eseguito. Pianificava ogni dettaglio, studiava ogni possibile variante alle proprie mosse, a quelle del bersaglio, lasciando tuttavia un certo margine all’improvvisazione, all’estro di cambiare tattica all’ultimo, al talento del cacciatore in grado di cogliere il giusto attimo in cui colpire. Solo, alcune volte gli sarebbe piaciuto poter prolungare la caccia, assaporare più a fondo il piacere dell’inseguimento, gustare più a lungo l’agonia inconsapevole della preda. Non ci riusciva quasi mai. Più importante era la coscienza del proprio incarico, agire presto e bene, secondo la sua particolare etica professionale. Un codice morale dettato da lui stesso, al quale si era imposto di non derogare in nessun caso, per nessun motivo. La sua deontologia escludeva categoricamente donne e bambini; con essi non voleva avere a che fare. Come sempre metteva in chiaro all’atto di ricevere una nuova commissione. Salvo scoprire che l’ultimo incarico ricevuto avrebbe seriamente minato le proprie regole morali. Doveva onorare l’accordo concluso? o salvare la propria integrità?
Adesso non aveva più senso porsi la domanda. C’era da pensare se l’ultimo rumore sentito di là in cucina era un gatto che scorrazzava in terrazza o qualcuno venuto a cercarlo per saldare il conto. Il rischio più grosso per un professionista del suo genere era che qualcuno parlasse tirandolo in causa: per scrupolo e per mestiere lui non lasciava mai testimoni; e il solo fatto di averlo assoldato era garanzia sufficiente che il committente avrebbe mantenuto il silenzio. Ma il rischio non per questo diminuiva. E lui non lo sottovalutava.
Sentì le dita fremere, come sempre accadeva quando il suo istinto per la caccia andava a cogliere l’attimo giusto; o quando sentiva nell’aria un pericolo avvicinarsi o il rimorso per aver commesso un errore di cui doveva fare a meno. Le prime due sensazioni erano insieme piacevoli ed utili, indispensabili; la seconda era un oscuro tormento che gli offuscava l’anima, gli appesantiva la coscienza e lo metteva di pessimo umore.
Era di pessimo umore anche la sera in cui aveva accettato il nuovo incarico, e forse avrebbe dovuto dar retta ai presagi che sentiva sotto pelle invece di ignorarli come la conseguenza del suo momentaneo stato d’animo. Con Anna non aveva proprio funzionato, l’aveva scaricato senza tanti complimenti perché non tollerava più le sue continue assenze, i suoi viaggi improvvisi che lo portavano a sparire per giorni, per settimane senza che lei potesse averne notizia. E poi l’ultima volta se n’era andato persino nel cuore della notte, dopo aver fatto l’amore, senza neanche lasciarle un indirizzo.
- Ma Anna ragiona, sono un free-lance io, se lascio detto a chiunque dove vado per lavoro la concorrenza mi soffia l’occasione e addio servizio, addio compenso. Vivo di questo io. -
- Si, ma io non sono chiunque. Se poi sono una tra le tante, allora è meglio che sparisci. Subito. -
Lo mise alla porta e non volle saperne più nulla. Una cosa che il suo amor proprio non sopportava affatto, ma dovette abituarsi a farlo perché Anna aveva soltanto una parola e non tornava mai indietro.
Finché la copertura del fotografo indipendente aveva funzionato, tutto era andato a meraviglia, poi Anna – la bella, intelligentissima Anna – non se la bevve più questa balla del reporter e se avesse scavato, capace com’era di fiutare segreti, avrebbe capito tutto, scoperto tutto senza lasciargli altra scelta che rinunciare a lei, in modo definitivo: eliminarla dalla vita, in ogni significato del termine. E sarebbe stato così se Anna non fosse stata Anna. Quale altra aveva saputo dargli un così appagante senso d’amore, un così totale sapore di vita piena, una tale esuberanza da farlo sentire vitale e instancabile anche quando ogni fibra del corpo doleva, ogni desiderio della mente anelava solamente riposo? Anna meritava la vita solo per questo, per averlo fatto sentire vivo come doveva essere la vita. Meglio sparire così allora. Lui non l’avrebbe più cercata, lei non l’avrebbe più visto.
Ecco un errore al quale aveva dovuto porre rimedio: non poteva concedersi il lusso di diventare un sentimentale, al massimo poteva godersi quel poco di romanticismo necessario ad apprezzare la poesia, ad amare la musica. Nulla di più. L’amore per una donna era un lusso imperdonabile.
Per distrarsi dai suoi malumori e dalla solitudine nefasta, si mischiò al popolo della notte.
Bazzicò un paio di locali alla moda annoiandosi insieme all’élite della capitale, prima di infilarsi nel letto di una bionda alla quale aveva raccontato di essere appena tornato da un reportage sui diamanti del Transvaal. Quella non aveva capito niente. Il Transvaal non sapeva neanche dove fosse, e s’era convinta che i diamanti lui ce li avesse in tasca. Poco male, se non altro sapeva usare il resto di lei che non era collegato al cervello.
Sparì all’alba, guardando in continuazione nello specchietto retrovisore. Era un riflesso, un gesto automatico che tuttavia non mentiva mai. Quando iniziava ad assecondare il movimento dello sguardo dalla strada al retrovisore, poteva star certo di essere seguito. Ma forse, dopo tutto, questa voglia sbagliava: ad inseguirlo era soltanto il fantasma della malinconia, l’ombra del vuoto che Anna gli aveva lasciato dentro e lui non riusciva a colmare in nessun modo. Rimorchiare una donna in cerca d’avventura o pattuire il prezzo con una professionista rappresentavano solo un surrogato per la sua mascolinità ferita: nell’un caso o nell’altro non raggiungeva mai l’apice del piacere che Anna gli assicurava ogni volta con il suo meraviglioso corpo, il suo appassionato gusto per l’amore.
Guardò nuovamente la strada riflessa nello specchietto alla sinistra. Cos’erano se non rimpianti quelli che tentava di mascherare come piacevoli ricordi? Anna… Anna sarebbe stato meglio non incontrarla mai. Avrebbe fatto meglio a dimenticarla in fretta.
Svoltò a sinistra, una prima volta. Poi una seconda, prima di riprendere la direzione giusta, tanto per non correre rischi.
 
 
 
"Abbiamo un problema." – l’uomo seduto di fronte a lui esordì così, secco. Sudava copiosamente, tormentando con le dita la catena d’oro massiccio sul petto glabro lasciato scoperto dalla camicia sbottonata. Sul colletto recava una spilla che riluceva al sole.
" Chi. Dove e quando lo deciderò io. Metà della somma in anticipo, il resto a cosa fatta più le spese."
Fu una trattativa breve, come sempre. Pochi, veloci accordi e una stretta di mano.
Si alzò dal tavolo del caffè portandosi dietro la 24ore che l’altro gli aveva consegnato. Dentro vi avrebbe trovato l’anticipo pattuito e un dossier dettagliato con tanto di fotografie e video sull’obiettivo.
Entrato in casa sollevò il ricevitore del telefono dalla forcella e lo depose sulla console, accese una lampada nell’angolo più vicino al divano e sedette dispiegando il materiale sul tavolino basso. Accese una sigaretta ed inserì la cassetta nel videoregistratore portandosi dietro il telecomando. Strappò la linguetta metallica da una lattina di birra e si bagnò le labbra con un po’ di schiuma gelata.
Impiegò un paio d’ore ad analizzare le foto con l’attenzione necessaria ad imprimersi nella mente il volto della sua vittima, a leggere i resoconti sulle sue abitudini più recenti, i suoi abituali movimenti e gli ultimi trascorsi clinici…questi li rilesse più volte perché erano IL PROBLEMA, per chi aveva ingaggiato lui e per lui che non avrebbe dovuto lasciarsi ingaggiare per un lavoro come quello.
Lasciò partire la cassetta nel VHS.
Sullo sfondo di un cielo blu incredibile un cartello bianco a grandi caratteri azzurri indicava una località persa in un mare ancora più blu del cielo sovrastante. Tradusse velocemente rispolverando le poche nozioni di greco rimastegli dal liceo: Samos. Lungo il molo cui attraccavano pochi traghetti e qualche sparuto peschereccio una fila di case bianche e una piccola folla multicolore destinate a scomparire man mano che l’inquadratura si stringeva su un’abitazione in secondo piano, con un piccolo portone rosso acceso ed il civico dipinto su una maiolica incastonata nel muro a calce: il luogo della sua caccia.
Un paio di fotogrammi dopo il portone si aprì e richiuse dietro una figura di donna che si schermava il viso con la mano per abituarsi al riverbero del sole. Era bella, giovane e minuta, con le gambe nude sotto il pareo, il busto eretto e una zazzera bruna scarmigliata dal vento.
STOP.
Tornò a guardare il fascio di carte sul tavolo. Ne sfilò il referto medico.
" Un nostro amico ci ha usato la cortesia di inviarci questo." – aveva sibilato l’ometto ingioiellato attraverso il tavolino del bar. " Non è necessario che le dica quanto potrebbe essere imbarazzante – marcò la voce deliberatamente – per noi se la cosa trapelasse."
" Immagino." – aveva risposto toccando appena l’orlo del bicchiere con le labbra.
Spense anche la luce e si concentrò sull’ennesima sigaretta e sul quel NOI che l’omuncolo ripeteva con l’ossessività di un brutto refrain.
Provò a completare il quadro della situazione, prima di affrontare il proprio conflitto etico. Mise insieme tutti gli elementi e condì con poca sufficiente immaginazione l’antefatto: un festino privato tra politici d’alto rango farcito di baccanti altoborghesi, speziato da debuttanti plebee ansiose di arrivare. Alcool, una buona dose di cocaina per mandarla su di giri, riversarle dentro una scarica di ormoni e la ragazzina Ci resta incinta. Ma NOI non possiamo saperlo ed intanto la compriamo con un soggiorno all’estero, un vitalizio da parlamentare girato sul suo conto protetto e Ci assicuriamo anche il suo silenzio sul video che le abbiamo girato quella sera e continuiamo a girarcelo fra noi, perché lei vale ancora la pena di farsela almeno con gli occhi.
Accese un’altra sigaretta sentendosi suo malgrado affine all’omiciattolo sudato: quello aveva cercato di risolvere il problema, lui ora lo doveva eliminare.
Chiuse gli occhi ascoltando solo il monotono segnale del telefono alzato, come il ritmo costante del mare che lei forse ora ascoltava attraverso la finestra aperta e forse anche Anna ascoltava, magari solo in uno dei suoi improbabili Cd, sinfonie d’acqua, rapsodie boschive, sonate per tempesta e tuono solista e altre simili amenità che avevano accompagnato i loro caldi amplessi.
Ecco, Anna che tornava alla mente, come una presenza viva sul divano al suo fianco era l’ultima cosa al mondo di cui sentiva il bisogno. Lo disturbava, proprio adesso che stava componendo dietro le palpebre chiuse il suo personale film di sevizie e riti orgiastici perpetrati ai danni di quel corpo minuto, di luce rubata a quel viso i cui occhi splendevano di colore sotto i capelli neri ed ora forse avevano soltanto la tinta spenta di un riflesso d’oro massiccio lucido di sudore ed eccitazione di fronte all’occhio freddo di una videocamera.
 
 
Sbarcò a Samos in una mattina assolata in cui cielo e mare s’increspavano già al soffio del melteni che spazzava la costa, caldo e forte come il vino che accompagna le aragoste e i frutti di mare nei locali tipici dell’isola.
Sedette ad un tavolo d’angolo, tenendo tra le gambe la sacca da fotografo e una piccola borsa di cuoio, mentre osservava l’ambiente per farsi un’idea dei possibili luoghi dell’agguato, delle probabili vie di fuga. Memorizzò in fretta, con rapide occhiate i maggiori punti di riferimento prima di affondare la forchetta nel crostaceo dalla polpa fresca e morbida. Sotto i denti, la sentì maledettamente simile ai seni di Anna, con la stessa delicata consistenza, lo stesso turgore dolce dei suoi capezzoli.
Dannate sensazioni!
Ridisegnò con la mente l’itinerario seguito durante la passeggiata lungo il molo, fino ad una piatta casa bianca senza nome sulla porta, col civico dipinto a mano su una maiolica incastonata nel muro; intanto il vino scendeva lungo la gola arsa facendo vibrare lo stomaco di un piacere inaspettato: era buono, come può esserlo solo un prodotto che il tempo non cambia. Come erano buoni i suoi ricordi, senza amarezza né rimpianti: forse solo il peso dell’assenza si sentiva di più, la sera, quando mancava sulla spalla la testa di lei, il suo alito caldo sul petto oscillante in un respiro quieto e lieve.
Alzandosi dal tavolo seguì un poco con gli occhi la scia del traghetto appena salpato, fra un paio di giorni sarebbe salpato anche lui, ma intanto pensava alla vasca da bagno che avrebbe voluto trovare nella sua camera d’albergo al posto della solita asettica doccia. Proprio non ci si trovava sotto quella pioggia d’acqua di cui non riusciva mai a regolare la temperatura. Scoprì di dovervisi adeguare sciacquando via la stanchezza del viaggio e la salsedine dell’Egeo.
Mentre la controra stendeva il suo manto opprimente sulle case e sui moli, sentì di dover decidere in fretta il luogo e l’ora in cui dispensare la morte con una precisa pressione del dito sul grilletto del fucile che stava assemblando con lentezza e particolare attenzione dopo averlo contrabbandato a pezzi, nascosto nell’attrezzatura fotografica. Un appostamento sul tetto della casa di fronte era l’ideale, perché il muro basso che incorniciava il lucernaio offriva una protezione invidiabile, pur dovendo in qualche modo mascherare la canna perché non riflettesse il sole; ancora meglio, avrebbe potuto colpire di sera, ma non conosceva abbastanza bene il luogo per rischiare un simile azzardo.
Provò l’arma facendo scorrere l’otturatore con un gesto secco del polso, scattò liscio e preciso; regolò l’allineamento del mirino puntandolo su uno dei pomelli dorati a capo del letto e fece partire un colpo di prova. Il grilletto rispose docile scagliando via un bossolo di plastica che tintinnò sul metallo rimbalzando a terra. Lo strumento era pronto, presto sarebbe stato pronto anche il suo bersaglio.
Fra le carte sparse sul tavolo dell’anticamera raccolse una delle fotografie per studiare con maggiore precisione i tratti del viso su cui doveva puntare l’arma. Scelse la meno adatta allo scopo: uno scatto di tre quarti, dal quale emergeva la linea pura del naso, l’intensità dello sguardo denso di una tristezza quasi lontana, come se nel fondo vi fosse una qualche luce in grado di oscurarla.
Lasciò che la sigaretta appena accesa si consumasse lenta nel portacenere.
In realtà non voleva farsi tanto un’idea più particolareggiata della fisionomia della ragazza, quanto del suo carattere, sondarne le profondità entro i limiti concessi da un’immagine statica. Era una foto ben riuscita, tutto sommato. Migliore di quelle che riusciva a scattare lui, spesso fuori fuoco se non addirittura da cestinare. Però era la prima volta che ne guardava una con l’intento preciso di scoprire chi fosse in realtà la persona destinata a ricevere il colpo. Ne catturò nuovamente lo sguardo spostando leggermente la fotografia per esporla ad una luce più piena, attento ad evitare il riflesso sulla carta lucida. Il taglio degli occhi, la linea dello sguardo proiettata verso qualcosa di indefinito gli diedero una sensazione strana di smarrimento e consapevolezza insieme. Come se lei, in quel momento, non avesse alcuna coscienza del luogo, non percepisse alcuna realtà al di fuori del suo essere presente, del suo dover essere perché portava in grembo una vita che non era sua ma apparteneva a lei.
Perse un po’ di tempo a regolare il flusso d’acqua della doccia e radersi prima di uscire nell’aria più fresca del tardo pomeriggio. Frugò con distrazione in qualche negozio comprando solo una bottiglia di vino da bere più tardi in camera e andò a cena.
Al mattino si alzò con la testa pesante e vuota di chi ha bevuto troppo e con l’impressione che quello fosse il giorno giusto solo per impacchettare ogni cosa e ripartire. Aveva cercato di non pensarci, per tutto il tempo, di ignorare quel grumo compatto di ansia alla bocca dello stomaco, la svogliata indolenza del suo istinto alla caccia che era rimasto fermo e muto, quasi per protesta. Continuare ad ignorarlo significava fallire, quasi certamente violare la sacra regola del colpo solo. Se avesse dovuto spararle una seconda volta avrebbe sbagliato la mira, di proposito, lasciandola viva. Concedendole la ragione di quella personale ordalia di ferro e di fuoco, ma allora avrebbe dovuto colpire da subito con l’idea di sbagliare, mirare un tanto a destra della sua testa spettinata dal vento e scalfire il muro facendo saettare nell’aria davanti ai suoi occhi uno sbuffo di polvere bianca come la paura che le avrebbe attanagliato le viscere.
Gli venne in mente di fare lo stesso scherzo al politico e al suo portaborse, ma con un sorriso maligno pensò che in quel caso avrebbe probabilmente mirato giusto. Per il gusto di vederli perdere il loro potere in un istante. Perché tutto era questione di potere: il potere di attrarre e di corrompere, usare e comprare; il potere di recare la morte contrabbandata a pezzi in una custodia per macchine fotografiche.
 
 
Posteggiò l’auto con circospezione, badando ai movimenti intorno, assicurandosi al tatto che la macchina lì sotto casa avesse il motore freddo, l’aspetto tranquillo di un’utilitaria per signore e si avviò lungo le scale.
L’appartamento sapeva di chiuso e fumo stantio, ma era perfetto nel suo disordine. Se non altro non doveva temere un attentato proprio in casa sua. Pure, nel disordine e nell’odore dell’abbandono qualcosa stonava. Come se ora la presenza di Anna fosse in qualche modo più leggera, il peso della sua assenza più sostenibile, reso più lieve da un ricordo masticato in maniera differente, da un potere che veniva assumendo forme nuove di autodeterminazione. Il loro amore finito perse la valenza di tragico epilogo, diventando l’equivalente di una decisione presa all’ultimo istante, quando il dito freme sul grilletto pronto a sparare il colpo e poi si tira indietro lasciando il meccanismo inerte. Era stata una rinuncia consapevole, uguale a quella operata sul tetto di una casa imbiancata a calce sullo sfondo dell’Egeo.
Lasciò il mazzo di chiavi accanto al telefono, gettò il bagaglio sul divano, si sfilò la camicia ed iniziò a riempire la vasca mentre fumava una pestilenziale sigaretta di marca greca. Era forte e disgustosa, ma ci si stava abituando.
Immerso nella vasca da bagno cominciò a valutare il mondo con occhi nuovi. Non era tornato reduce da un fallimento, quanto restituito a se stesso. In fondo conservare quel proiettile aveva rinsaldato le basi della propria etica, aperto un nuovo orizzonte di caccia. Perché aveva meno da temere dal bersaglio mancato che dai testimoni lasciati sul cammino che lo aveva spinto sull’ultima rotta per l’Oriente.
E se la ragazza ora aspettava il suo bambino sentendo il mare attraverso una finestra aperta, respirando l’alito caldo del melteni forte come un vino inalterato; lui poteva sentire già le mani reclamare la presa sull’arma, la carezza docile del metallo sulla punta dell’indice e il sapore dolce e teso di quell’attimo in cui il fiato si annulla per non turbare la mira mentre studiava con la mente le possibili tappe di avvicinamento alla più sfuggente ed esposta delle creature: l’animale politico, insieme al suo stuolo di leccapiedi. Immerso nell’acqua che leniva la stanchezza del viaggio, il dubbio della rinuncia, sentì affacciarsi di nuovo l’istinto per la caccia. Avvertì i sensi risvegliati negli occhi e sulla punta delle dita che recitavano piano il prologo di una caccia veloce e precisa, ma forse non così difficile: come sparare alle anatre in volo: si comincia dall’ultima, in modo che le altre davanti non si accorgano della sua assenza.
postato da: poetavago alle ore 14:33 | Permalink | commenti (8)
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mercoledì, 26 luglio 2006

A Eva, che pensa pensieri peccaminosi.

...E gli istanti si rivestono di te

 
E mentre sbroglio i nodi d’un’esistenza rigorosa
lascio lo stupore germogliare e
come in un baratto
la mia essenza abbandonarsi su di te

Ti ascolto…

Colgo echi di seduzioni così intense
da non saper decidere
in quale verso indirizzare le emozioni

E rimango sordo ai richiami del futuro:
“qui ed ora!” è l’unico dettame
- tu stessa mi confidi -
ché ci sarà il tempo di svelare
la melodia d’un presunto incantatore

E poi ti seguo...

Rincorro ritmi di marea che sovrastano i miei fremiti
ormeggiando le speranze
sulle sponde ancora ignote del tuo mondo

Perché nel consegnarsi al buio d’un mare forestiero
in fondo non c’è azzardo
se si ha per complice il bagliore delle stelle

E seppur non fosse eterna
questa luce
rivelerà comunque il cuore stesso della vita
ed il suo odore

Il tuo

Ed io
nel custodirlo
la tua ampolla

Di qui a qualsiasi attimo
di noi

Di me
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martedì, 25 luglio 2006

Pensiero semplice

Il tempo è nemico dell'amore,

il ladro che ruba

tutte le nostre ore dorate.

Davvero non ho mai capito

perchè gli innamorati calcolino le felicità

in giorni, notti e anni,

mentre il nostro amore lo si può misurare

solo nelle nostre gioie, lacrime e sospiri.

postato da: poetavago alle ore 08:29 | Permalink | commenti (5)
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venerdì, 21 luglio 2006
Per te...
Mi sono guardato dentro per cercarti.
Non potevo credere di essere stato io solo
a condurre in porto una vita difettosa da subito.
Non ci sarei riuscito se, tra coloro che intorno a me
portavano avanti con fatica la mia stessa avventura,
non avessi trovato un volto bello più di quanto
potessi immaginare.
Ho pensato che fossi tu.
Spesse volte ho sentito che mi portavi
dove non potevo arrivare.
Un giorno
quando mi si accenderanno gli occhi dell'anima,
scoprirò il tuo vero volto.
Avrò la conferma di non essermi sbagliato
perchè io ti conosco.
Hai abitato la mia vita.
Ma perchè non mi hai ancora detto...CHI SEI?
postato da: poetavago alle ore 09:16 | Permalink | commenti (10)
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martedì, 18 luglio 2006

Buongiorno!!!!

Al rientro dopo questo periodo di assenza, mi ritrovo a pensare che ho sentito la vostra mancanza, compagni di viaggio e di passioni! Bentrovati!

postato da: poetavago alle ore 09:32 | Permalink | commenti (7)
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